Tra le le tante leggende di Napoli c’è ne una che narra di come i maccheroni napoletani. Una storia pò buffa propagandata da Matilde Serao per spiegare la nascita di uno dei piatti più buoni della tradizione culinaria partenopea.

Davanti ad un piatto di maccheroni, o meglio ‘e maccarun, accompagnati da pomodoro fresco, profumato col basilico e con una spolverata di parmigiano, si risveglia l’italico orgoglio.



La leggenda dei maccheroni, di cui vi parliamo nell’articolo di oggi, racconta di una fantastica alchimia di un mago e di una diabolica popolana.

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La leggenda dei maccheroni napoletani

La storia racconta che durante il regno di Federico II, in una povera abitazione di via dei Cortellari a Napoli, viveva Chico, un Mago che possedeva antichi libri di ricette.

Usciva molto raramente e solo per comprare al mercato le erbe da usare nei suoi esperimenti magici (o almeno la superstizione popolare portava a pensarlo); inoltre passava le ore a bollire qualcosa nella sua grande pentola.

Maccheroni al sugo

Accanto a Chico viveva una donna molto pettegola di nome Jovanella di Canzio, sposata con uno sguattero del re. La ragazza (quatta, quatta) osserva e riesce a scoprire che il mago stava elaborando la ricetta dei maccheroni e di un saporito sugo di pomodoro.

Non appena si fu specializzata nella preparazione del piatto, la furbastra Jovanella riuscì a fare assaggiare a Federico II la sua specialità. Il re ne rimase estasiato e diede alla donna un grosso premio per ricevere la ricetta dei maccheroni al pomodoro e farla apprendere ai suoi cuochi.

E Chico? Il cuoco-mago quando seppe della notizia la prese così male che decise di sparire dalla città. La leggenda vuole che Jovannella solo in punte di morte rivelò di aver rubato l’invenzione al mago.

Ad ogni modo i maccheroni non sono nati a Napoli, ma in Sicilia, precisamente a Palermo. Anche se furono i napoletani ad assimilare bene la lavorazione della pasta e a far si che questa gustosa pietanza fosse conosciuta e invidiata in tutto il mondo

La storia

In origine il termine maccheroni veniva utilizzato per designare vari tipi di pasta, finché i napoletani nel settecento si appropriano del termine e lo usano quasi esclusivamente per identificare la pasta trafilata.

Maccheroni Napoletani

È sempre nel capoluogo partenopeo che nel 1800 i maccheroni venivano venduti in cartocci agli angoli delle strade. I “maccheronari” li preparava in grossi calderoni. Venivano serviti in bianco, poco sgocciolati, con un po’ di pepe, a volte formaggio (pecorino o caciocavallo), oppure un filo d’olio d’oliva o strutto.

Da questo momento in poi i maccheroni intesi come pasta lunga, tonda e piena, cominceranno ad essere chiamati spaghetti e ad identificare non più soltanto i napoletani, ma tutto il popolo italiano.

Il popolo prediligeva i maccheroni “vierdi vierdi”, cioè duri come i frutti acerbi; i nobili invece li lasciavano cuocere anche per un paio di ore per consumarli scotti. E’ solo nel 1837 con la pubblicazione di “Cucina teorica-pratica” del nobile gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti Duca di Buonvicino che viene sancita la regola della cottura al dente.