Il 23 gennaio 1799 a Napoli viene proclamata ufficialmente la Repubblica Napoletana. Una parentesi storica purtroppo ancora poco nota.

Malgrado la sua breve durata, appena sei mesi, è una delle pagine più interessanti della storia italiana. Fu un azzardo e una lotta per la libertà dai soprusi, che costò la vita di molti popolano e la condanna dei patrioti che avevano creduto nel cambiamento.



La Repubblica Napoletana del 1799

La Repubblica Napoletana del 1799 è il frutto dell’influenza della Rivoluzione francese. Da non confondere, dunque, con la Repubblica napoletana del 1647-1648 nata in seguito della rivolta di Masaniello.

Tutto ha inizio con la discesa in Italia delle armate francesi guidate da Bonaparte nel 1798 e la nascita delle Repubbliche giacobine, sorelle di quella francese.

Con la fuga di Ferdinando IV per la Sicilia e l’ingresso a Napoli delle truppe francesi comandate dal generale Jean-Étienne Championnet i giacobini napoletani giurano fedeltà alla Repubblica.

Alla guida della neonata Repubblica Napoletana ci sono borghesi progressisti e aristocratici illuminati che, stimolati dalle idee di libertà e uguaglianza promosse dalla Rivoluzione francese, cercano di intervenire sugli atavici problemi sociali del meridione.

Gli ideali della repubblica, però, non riescono a conquistare la plebe napoletana. I cosiddetti Lazzari vedono nei Francesi gli invasori e i nemici della religione, mentre nei borghesi e gli aristocratici persone alquanto lontane dalla conoscenza dei reali bisogni del popolo napoletano.

Palazzo Reale di Napoli

La controrivoluzione di Ferdinando IV fu spietata e non tenne conto delle capitolazioni promesse ai repubblicani dal cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara, vicario reale.

La conclusione fu terribilmente tragica. Il primo atto fu compiuto dal “civile”Nelson, che farà impiccare senza un processo all’albero della sua nave uno dei più grandi ammiragli del tempo, Francesco Caracciolo. Seguirono a migliaia arresti e condanne.

La parentesi della Repubblica partenopea termina ufficialmente l’8 luglio del 1799 con il ritorno di re Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena.

Il Regno di Napoli resta alla dinastia borbonica fino al 1806, quando le truppe Napoleoniche apriranno a Napoli una nuova “parentesi francese”.

I Martiri della Repubblica Napoletana

I martiri giustiziati con la restaurazione dei Borboni furono 124, 222 condannati all’ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all’esilio. Tra i condannati vi sono alcuni rappresentanti illustri della classe borghese e intellettuale, ma anche alcuni aristocratici.

Come il giurista Mario Pagano, che redasse il testo della Costituzione ); la letterata Eleonora Fonseca Pimentel, direttrice e redattrice del Monitore Napoletano; pensatori radicali come Vincenzo Russo; giovani aristocratici come Gennaro Serra di Cassano e borghesi come il medico Domenico Cirillo o il giornalista Francesco Saverio Salfi. Suscitò clamore, tra le alte sfere dell’esercito, l’appassionata partecipazione agli eventi bellici della Repubblica dell’ammiraglio Francesco Caracciolo.

Piazza Mercato Napoli

Eroina indiscussa di quest’orgoglioso momento storico della tradizione partenopea è sicuramente Eleonora de Fonseca Pimentel, all’anagrafe Leonor da Fonseca Pimentel Chaves.

Non si conoscono bene i termini della sua conversione agli ideali repubblicani. Per i suoi meriti letterari, Eleonora ottenne l’accesso alla Corte di Ferdinando IV e Maria Carolina d’Austria che le concesse, nel 1785, persino il sussidio di bibliotecaria della regina. Fu proprio la Pimentel Fonseca a dirigere il primo periodico napoletano “Il Monitore Napoletano”.

Per la sua partecipazione alla Rivoluzione Paertenopea, la bella Eleonora venne condannata a morte per tradimento e impiccata, nella storica Piazza Mercato. Come sue ultime parole recitò un verso di Virgilio che racchiudeva in sé la sua ultima speranza:

Forsan et haec olim meminisse iuvabit,…(Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose).

Il racconto più coinvolgente che abbiamo di Eleonora Pimentel Fonseca è quello fatto da Enzo Striano nel romanzo “Il resto di niente” (del 1986 ).

Palazzo Serra di Cassano e la Repubblica Partenopea

Palazzo Serra di Cassano Napoli

In questo splendido palazzo sono nate le idee della Repubblica Napoletana del 1799. Proprio nel grande Salone degli Specchi di Palazzo Serra di Cassano, allora salotto dell’intellighenzia meridionale, che Eleonora Pimentel Fonseca, Gennaro Serra di Cassano, Mario Pagano, Domenico Cirillo e i numerosi patrioti repubblicani si incontravano per discutere il futuro di Napoli.

Il giovanissimo principe napoletano Gennaro Serra, figlio del duca Luigi Serra e della principessa Giulia Carafa, fu tra i difensori della repubblica napoletana. Insieme a Flaminio Scala, guidò gli ultimi patrioti alla resistenza contro l’armata sanfedista.

Anche Gennaro venne decapitato in piazza Mercato il 20 agosto del 1799. Si narra che, prima di morire, si sia rivolto al popolo con le seguenti parole. “Ho sempre lottato per il loro bene ed ora li vedo festeggiare la mia morte”.

Fu cosi che il padre ordinò che venisse chiuso in faccia al re, per mai più essere riaperto, l’ingresso principale della sua dimora a Monte di Dio; è quello rivolto verso la grande facciata di Palazzo Reale. Ancora oggi per accedere all’aristocratica dimora, oggi sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici utilizza quello secondario, su via Monte di Dio.

Il Palazzo Serra di Cassano è, dal 1975, sede del prestigioso Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

San Gennaro e la Repubblica partenopea

Dal 1799 al 1814, Sant’Antonio fu il patrono della città, “sostituendo” per quindici anni l’amatissimo San Gennaro. Quest’ultimo, infatti venne accusato di “giacobinismo” e privato del titolo per aver compiuto il miracolo della liquefazione del sangue il 24 ed il 27 gennaio 1799 alla presenza dell’invasore francese.